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La diagnosi di tumore del seno può comportare un ampio spettro di emozioni che includono lo shock, la paura, la tristezza, la rabbia, l’ansia del futuro. Sebbene il tempo tenda a diminuire la forza di queste emozioni, non sempre questo avviene. Inoltre i percorsi di cura della malattia tumorale sono piuttosto lunghi e faticosi e richiedono alla donna un impegno fisico e psichico non indifferente. In questo contesto, qualunque emozione, pensiero o comportamento che possono apparire esagerati, preoccupanti o insoliti sono invece il segno del tentativo di ogni donna di elaborare quanto le sta accadendo. Il lavoro di supporto psicologico va nella direzione di tradurre e dare significato alle reazioni personali, per acquisire maggiore consapevolezza rispetto alle ansie, alle preoccupazioni e ai compiti da sostenere.

Può accadere, in alcuni casi, che la donna sia molto preoccupata per la presenza di sintomi specifici. Può provare un’ansia così intensa da non riuscire più a svolgere le normali occupazioni quotidiane. Può insorgere insonnia, perdita di appetito (o al contrario aumento indiscriminato della fame). Alle volte l’ansia può essere così forte da provocare veri stati di agitazione o di prostrazione profonda, disinteresse o ritiro anche rispetto ai rapporti affettivi importanti.

Molto spesso la donna (o l’ambiente intorno a lei) chiede un aiuto psicologico quando sente che le abituali difese per affrontare lo stress sono in pericolo. In tal casi è indicato un intervento immediato di supporto psicologico affiancato dal supporto farmacologico. Nella maggior parte dei casi, in assenza di sintomi conclamati, chiedere un supporto psicologico è innanzitutto un modo per farsi aiutare a sostenere con maggiore forza e determinazione l’impegno psicofisico della malattia e delle cure.
Quando il lavoro psicologico viene effettuato con regolarità nel tempo, diventa uno strumento per dare un senso e un significato personale alla malattia nel contesto della propria vicenda di vita.

Lo scopo finale del supporto psicologico è quello di facilitare il ritorno alla “normalità” della vita al termine del percorso di cura, reso in parte possibile da un impegnativo lavoro di elaborazione personale che consente alla donna di dimenticare, per quanto è possibile, il suo essere stata malata e l’ansia e la preoccupazione continue della possibilità di riammalarsi. Quando, per ragioni mediche, questo non è possibile, il lavoro psicologico verterà sull’accettazione e la convivenza con lo stato di malattia per preservare il senso della propria identità e della propria storia personale.