“Re-imparare ad alimentarsi dopo il tumore” News ed Eventi

IL CIBO E ME – La dieta oncologica in soggettiva

Mangiare: accade tutti i giorni. Un fatto che, almeno qui nel ricco Occidente, diamo sovente per scontato. Un’abitudine, talvolta un automatismo, un’azione dalla forte ripetitività e ripetibilità. Fino a che ci mettiamo la testa e tutto cambia. Ci si accorge di quanto questa pratica influisca sulla qualità della vita, dei pensieri, dell’umore, dei rapporti. E dopo aver scoperto e debellato un cancro, l’alimentazione diventa uno dei perni intorno al quale ruota la vita dopo l’operazione, quando ti senti salvo, ma hai ancora paura che possa risuccedere. E quando è la paura a guidare l’azione, si sa che anche le cose banali si possono complicare; così riorganizzare la dispensa e la mano che la riempie, non è più un fatto così scontato! Ci vuole del tempo per l’una e l’altra cosa: debellare la paura e ricreare una dispensa ad immagine e somiglianza di chi la userà, con le relative abitudini. D’altronde, dopo un intervento chirurgico, dopo le terapie radio o chemio, durante una menopausa indotta, insomma dopo tutti i cambiamenti che la circostanza impone, ancora prima della dispensa c’è da trovare il nuovo specchio in cui riconoscersi, quell’immagine di sé che è stata travolta dagli avvenimenti e che va ricostruita. Un passo alla volta ovviamente, anche se all’inizio si vorrebbe farli tutti insieme. Almeno io.

Il primo grande cambiamento che ho fatto è stato smettere di fumare, cosa che si è rivelata una vera liberazione. Ma che ha influito immediatamente sul rapporto con il cibo e con la mia immagine: le papille si sono risvegliate da un lungo sonno e in un solo colpo ho riscoperto il gusto, rielaborato sapori, goduto della sapidità o della dolcezza di cibi che sembravano essere assaggiati per la prima volta! Nel frattempo però si imponevano altre regole: quelle dettate dalla dieta oncologica. Due parole che in quella fase che stavo vivendo, mi risuonavano dentro in tutta la loro rigidità, portatrici di un corollario di regole e abitudini nuove da adottare senza se e senza ma! E nonostante tutte le perplessità. Perché sul tema ci sono tante varianti da metterti in confusione, tante indicazioni che discernere dal principio e a prescindere da se stessi è difficile. Così mi sono buttata sui “capisaldi”, su quelle che sembrano le certezze granitiche. La prima: via la carne! Avanti i legumi. Di botto, spariscono dalla mia tavola carni rosse e bianche, gli affettati, la pancetta, per fare largo a fagioli, ceci, lenticchie, piselli, persino le fave che penso di non averne quasi mai mangiate in 39 anni! E il fisico questa cosa la sa: mi comincio a gonfiare come un palloncino e a soffrire di tutti quei disturbi che i cari legumi, nel primo periodo portano con sé quando non sei abituato a mangiarne. Poi i formaggi, quelli totalmente vietati – almeno così avevo capito. E quindi via anche mozzarella, formaggetti, fiocchi di latte. Per non aprire poi il capitolo “uova”: per smettere di demonizzazione ci ho messo mesi. Nel frattempo, visto che l’attenzione è tutta sulle proteine, l’inconscio, zitto zitto, si è rivolto agli zuccheri, senza esagerare ma anche senza pensarci troppo perché con il senno del poi ho capito che avevo bisogno di qualche “dolcezza” in più, di un ristoro dall’esperienza della radio terapia, dagli stress e dalla disciplina a cui avevo sottoposto e a cui in effetti stavo sottoponendo corpo, mente e cuore. Tanto più quando la cura finisce proprio nei giorni che precedono il Natale! Festa del cibo come tutte le ricorrenze italiane d’altronde. Un Natale felice, perché salva e rincuorata dalla fine della cura, alleggerita dallo spavento che io e chi mi ama ci eravamo presi. Ad essere appesantita era in compenso la bilancia, come le forme cominciavano a testimoniare. Ma avrei aspettato il Capodanno, le feste e poi sì avrei rimesso ordine nell’alimentazione; cominciato a mettere testa in modo più chiaro sull’alimentazione che era ancora un capitolo avvolto nella confusione e nella paura. Avevo bisogno di socialità, di leggerezza, di regole che potevo gestire senza creare troppi danni. E così è stato. Tra l’altro me ne sono andata in vacanza in Spagna, nella regione che dà il miglior cibo a tutto lo Stato: la Galizia! E nonostante avessi dettato qualche regola da rispettare nelle nostre occasioni insieme, anche parenti ed amici si sono lasciati coinvolgere dalla mia stessa confusione sull’elaborazione dei menù e contemporaneamente tacendo sugli “strappi” che facevo o i piccoli lussi che mi concedevo, che d’altronde mi facevano sorridere di gusto per l’appunto. Solo dopo mesi qualcuno ha confessato che in effetti mangiavo tanto, negandolo apertamente, e soprattutto dolci. E poi che i chiletti in più si vedevano e mi avevano trasformata. Migliorata.

Non tutti i mali vengono per nuocere. Negli ultimi anni mi ero sentita ripetere centinaia di volte quanto fossi magra, esageratamente. Io non me ne sono mai accorta. Anzi, era una gioia poter entrare in ogni vestito scegliessi e starci sempre bene dentro – pensavo io – indossarlo come un’indossatrice, senza soffermarmi sul fatto che spesso ho detto delle indossatrici che sembravano malate… Ecco ci ho messo un bel po’ di strada a capire che lo sembravo anche io, anzi che probabilmente lo ero. Non è difficile immaginare com’è stato per una persona tanto magra, ritrovarsi con almeno cinque, sei chili in più addosso! E non entrare in pantaloni, magliette, vestiti che erano la tua coperta di Linus. Devo ammettere che il cambio dell’armadio, a parte un effettivo problema pratico (non potendo né volendo ricomprarmi tutto il guardaroba!) l’ho vissuto anche ridendoci su: fortunatamente avevo vestiti comprati tanto tempo prima che mi erano larghi, mai messi e che finalmente potevo indossare. Se la mia immagine allo specchio era sfocata, finalmente quella che del mio passato era nitida e per questo, qualcuno di quei chili in più, piaceva anche a me. Qualcuno però… dovevo ritrovare la mia forma, volevo vedermi, come sono e non più sfocata.

La dieta era lì che esigeva dei chiarimenti. Era ora: dopo il Capodanno e la vacanza, non volevo mancare il mio appuntamento con i buoni propositi. Il primo era quello di fare sport. D’altronde l’oncologo aveva indicato le tappe e a me stava raggiungerle. Così, dopo il fumo, il movimento: tre, quattro volte la settimana si imponeva almeno una camminata, per poi passare a qualche attività più seria – che ancora oggi non faccio, perché una lezione che ho appreso è che il corpo ha il suo tempo che non va di pari passo con la mente, e va rispettato. Più d’una volta ho rischiato di star male per avere esagerato sul tapis roulant quando ancora la fatigue post radio si faceva sentire. Un amico medico dello sport ha dovuto sgridarmi e soprattutto negarmi il certificato medico per attività sportiva, perché sembravo non accorgermi davvero di quanto il mio fisico avesse bisogno di resettarsi. E dire che avevo solo fatto 40 minuti di camminata in salita!

Insomma… Nulla era come prima, prima del cancro.

Il dopo andava riscritto, con calma. Le lettere erano sempre le stesse, ma la costruzione della frase era diversa. Dovevo re-imparare. Sto re-imparando. E così, se prima della radio e dell’operazione potevo correre e sottopormi a molti sforzi, questo era diventato impossibile. Se prima potevo mangiare quello che volevo senza ingrassare, adesso non lo potevo più fare: perché il metabolismo è un altro, senza il fumo e con la terapia farmacologica; come un’altra è la resistenza. Ma soprattutto un’altra sono io e su questa strada dei buoni propositi, delle regole, dei tracciati che i dottori indicavano, stavo scoprendo tante cose di me, del mio vissuto, dei miei comportamenti. E quando sono stata più male è proprio quando non riuscivo a fare le cose nello stesso modo. Allora ho capito: quella resistenza che avevo alla sopportazione delle fatiche, era forse poi così necessaria? Scoprivo sul tapis roulant il senso di una metafora fondamentale che per anni mi era sfuggita. A quante prove non necessarie mi ero sottoposta? A quante fatiche e sforzi che potevo risparmiarmi? Domande sulle quali da anni non mi soffermavo, risposte che dunque non sono arrivate, la mia sembianza che non avevo più presente. La mia immagine che era ancora un po’ sfocata, andava definendosi, si sta definendo, ma finalmente stavo guardando nella giusta direzione. Sto guardando me.

Così la tappa successiva, diventa trovare la misura alla fatica che posso sostenere ed accettare i limiti. Razionalizzare le regole senza confusamente applicarle tutte. Valeva per l’allenamento e valeva per la dieta. Fortunatamente quando si decide di mettersi sulla strada giusta, o comunque di intraprendere il viaggio, non si è mai soli e gli incontri diventano fondamentali. Sulla strada della cura oncologica quegli incontri fondamentali sono con i dottori che ti seguono e a parte un paio che hanno reso tutto più complicato, generando paure maggiori e ulteriori problemi da porsi (ma che evidentemente sono un po’ il contrappasso al bene e spesso dottori che era arrivato il momento di abbandonare) ho avuto la fortuna di incontrare delle ottime guide. Così, nel parlare con una delle mie figure di riferimento, scopro tutta la verità sui cereali e i carboidrati e che non c’era bisogno di andare da un nutrizionista per buttare giù qualche chilo che seppur carina, mi faceva ai miei occhi troppo tonda; bastava che ne eliminassi qualcuno, comprendendo che il miglio, il farro, la quinoa e via discorrendo, “funzionano” come la pasta: due volte al giorno, tutti i giorni, troppe calorie! Ancora una volta ho reagito con una risata! Avevo letto di tutto, avevo scelto i siti e le guide più attendibili per capire come era meglio sostituire la pasta e variare il più possibile l’alimentazione, come regolarmi nell’abbinamento con i legumi, cosa scegliere tra i temibili cibi FODMAP* per eliminare il gonfiore addominale che mi portavo dietro “dal principio” per scoprire poi semplicemente che mi bastava cambiare tipo di pane e dunque eliminare un po’ di lievito e prendere coscienza che i cereali sono pur sempre carboidrati. A seguire, l’altra illuminante scoperta era che non c’era bisogno di affannarmi sul tapis roulant come fossi Messner, che il cancro non sarebbe tornato precocemente se non avessi ritrovato subito la forma. Bastava camminare, magari ad un passo che si sarebbe gradualmente fatto più sostenuto e veloce, possibilmente nel verde dove lo sguardo poteva allargarsi e la mia mente liberarsi, godere e abbandonare quella fatica alla quale non era più necessario sottopormi. Alla quale forse non era mai stato necessario farlo.

Dall’operazione non è ancora trascorso un anno pieno. Un mese fa ho avuto il secondo controllo, al quale sono arrivata non senza emozione, se non paura, com’è normale che sia. L’oncologo, che a sorpresa non era “il mio” o meglio quello che mi aveva presa in cura dopo l’operazione, mi ha prima di tutto ascoltata, ha lasciato libero spazio all’espressione delle mie impressioni e delle vicissitudini, dei dubbi e degli avvenimenti dei 6 mesi trascorsi dal precedente controllo; un tempo che sulla carta è breve ma che per chi lo vive sembra talvolta, nei momenti più difficili, un’eternità durante la quale può accadere di tutto. Ha risposto alle mie perplessità, mi ha spiegato quello che mi lasciava ancora perplessa e indicato come bussola per scegliere la strada da seguire, quella che non dovremo mai perdere, quella del buon senso. Per la seconda volta, la semplicità mi veniva riproposta come la chiave per il mio benessere. Le regole ci sono e sono poche, chiare e soprattutto di buon senso, tutto il resto è complicazione, è fatica, è uno sforzo al quale ci sottoponiamo inutilmente. E siamo solo noi ad imporcelo.

Mi ha visitata accuratamente, ha guardato tutte le mie analisi, ha mitigato le mie paure venendomi anche incontro su esami che io stessa ho chiesto di fare per sentirmi più tranquilla. E poi, inaspettatamente, mi ha detto: “Brava!” perché uno dei maggiori problemi che la terapia sostitutiva crea, è quello del peso, che va tenuto sotto controllo, non senza difficoltà appunto. Come lo sapevo bene! In quel momento tutte le fatiche fatte per cercare di districarmi nel labirinto delle indicazioni dietetiche, dei divieti assoluti e delle scelte raccomandabili, trovavano il loro senso. Immediatamente mi tornava alla mente l’immagine di me davanti al banco frigo del supermercato dove sono rimasta 35 minuti per scegliere uno yogurt senza alla fine venirne a capo e tornare a casa senza! Sembra banale, ma non quando questa scena si ripete ogni volta che si va a fare la spesa. Qualcosa che come dicevo da principio facciamo abitualmente, diamo sovente per scontato ma che per me era un’abitudine da ricostruire. Come in effetti lo è ancora ma la strada è evidentemente quella giusta. E quel riconoscimento mi dà un po’ di tranquillità in più per scegliere bene o per sbagliare il prodotto da prendere dagli scaffali del supermercato; e a ridere di gusto se alla fine non riuscirò a scegliere lo yogurt che fa per me o a non scoraggiarmi quando salto a piè pari i prodotti di soya o se dal macellaio di qualità una volta ogni tanto spendo un po’ per farmi una fettina o una coscia di pollo.

La mia dispensa oggi ha un volto nuovo, come quello di chi l’ha riempita. E nell’immagine che vedo allo specchio, che ogni giorno si delinea con più chiarezza, mi riconosco, con quel giusto numero di chili in più rispetto al passato che ora mi fa sorridere e sentire bene.

* FODMAP: Fermentable Oligo-saccharides, Disaccharides, Mono-saccharides and Polyols” o meglio zuccheri a d alto potere fermentativo. E comunque questa è una parola che ancora non so dire bene e che in effetti il mio fisico ancora non digerisce, nel vero senso della parola! Ma c’è tempo.